

Eugenio Bennato
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La sera dopo il mio concerto ad Addis Abeba vado per la città in cerca di musica da ascoltare, musica etiope naturalmente. L’”Asmari house” in un vialetto della baraccopoli di periferia, è anch’essa una baracca, all’esterno una luce al neon che illumina le pareti di lamiera e un’aria di grande allegria che trapela dall’interno. Dentro il locale è piccolissimo, si balla e si suona e si balla il tipico ballo etiope, tutto di spalle e di bacino, ad imitazione di un volatile. Il ritmo sale di tensione al nostro arrivo, il cantante suonatore di Krar si rivolge a noi e ci dedica una lunghissima improvvisazione, di saluto e di garbata presa in giro che scatena il riso di tutti: E’ un rito a cui bisogna sottostare, per addentrarsi poi nella musica che ci avvolge da tutti i lati. Il kebero è artigianale, fatto di tre barattoli di latta legati con del cuoio, il Krar è uno strumento ad arco simile alla lira calabrese che genera un incessante bordone ritmico. La giovane e bellissima Tiruedel, tutta vestita di bianco come una sposa, che all’inizio aveva ballato con altre ragazze vestite come lei, viene incoraggiata a cantare, e parte la sua straordinaria esibizione. La musica e il canto trascinano tutti, e la performance potrebbe non finire mai. Questa è la musica popolare, in lingua amarica e nei dialetti del sud, è la vibrazione inquietante e sensuale dell’Africa, dove non c’è distanza tra i riti delle campagne e la realtà metropolitana. Non c’è dubbio che vale la pena arricchirsi di questa musica, che vale al di là del momento magico e del luogo in cui nasce Eugenio Bennato
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